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31 Agosto 2005
LA STAMPA
Prodi «In Italia
chi fa politica guadagna troppo. Ridurre le spese e introdurre
più trasparenza»
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Fabio
Martini
inviato a BOLOGNA
Sotto i portici di Bologna è tornata l'afa, alle tre del
pomeriggio del 30 agosto non c’è un’anima in giro e l’unico
passante, Romano Prodi, si rifugia nel suo nuovo ufficio in via
Santo Stefano 140. Qui, in un piccolo studio dalle pareti
disadorne, il Professore compulsa il monitor con le notizie di
agenzia e si chiede con sulfurea malizia: «Io mica l'ho capita
quella battuta di Berlusconi sul sacrificio...». Chissà, forse
cerca di tener vivo il messaggio per cui lui resta il portavoce
dell'anti-politica? E Prodi: «Mica ce l’ha ordinato il medico di
far politica. E comunque, se un politico non affronta con gioia
la fatica, che politico è?».
Eppure, dopo averci rimuginato per due mesi, dopo aver soppesato
pro e contro, anche Romano Prodi ha deciso di vellicare - sia
pure «senza demagogia», come sostiene lui - quel disagio
popolare verso la politica all'italiana. E dice: «Da noi la
politica nel suo complesso costa più che altrove. Io non sono un
cultore dei sondaggi, ma quando constato il grado di sfiducia
degli italiani verso i partiti, sono obbligato a riflettere. E
penso che affrontare la questione dei costi sia importante se si
vuole riconciliare la politica col Paese. Va fatta un'analisi
trasparente, come la facciamo per le imprese e per gli apparati
amministrativi, in modo da raggiungere un obiettivo: ridurre
gradualmente questi costi. E su questo tema lanciare un
messaggio forte al Paese».
Un tema del genere può sparigliare la regola per la quale gli
schieramenti si confrontano soltanto sulle ricette di politica
economica e sociale: perché ha deciso di far irrompere una
questione così «estranea» e così ostica ai partiti?
«Perché da tempo, andando in giro tra la gente, mi sento porre
mille casi diversi. Mi si chiedono chiarimenti, giustificazioni
e ho capito che per gli italiani questo tema è non solo un
diritto, ma anche una priorità forte. Oramai pesa il confronto
con gli altri Paesi europei e in Italia è difficile mantenere
regole anomale. E d’altra parte se chiediamo uno sforzo comune
per la ripresa del Paese, noi per primi dobbiamo dare il buon
esempio».
Ma affrontando queste questioni non c’è il rischio di
assecondare l’eterno qualunquismo di chi pensa: «Sono tutti
uguali»?
«Sia chiaro: i partiti sono la struttura portante della nostra
democrazia e dunque dobbiamo guardarci dal fare accuse
generiche, esaminando il problema complessivamente e vedendo
come possiamo mettere a punto una dottrina coerente e adeguate
contromisure. Che non riguardino soltanto parlamentari o
assessori, ma le spese per tutte le istituzioni
rappresentative».
Passando dalla denuncia alla proposta?
«Io penso che vada ridotto - ripeto gradualmente e nel corso
degli anni - il costo delle indennità degli eletti, le spese e i
costi delle campagne elettorali e anche il costo per il
mantenimento delle istituzioni e dei partiti. Quando al
Parlamento europeo si è parlato di armonizzazione salariale tra
gli europarlamentari, dalle tabelle risultò che gli italiani
sarebbero stati i più “penalizzati” da una riforma».
In Italia non si vota troppo spesso, moltiplicando le spese?
«E’ proprio così e per questo motivo io propongo una riforma del
calendario elettorale che porti a ridurre a due le tornate
elettorali nel corso di una legislatura. E dovranno essere posti
limiti di spesa. Una riforma da fare ad inizio di legislatura».
Lei mette in discussione il finanziamento pubblico?
«Su questo bisogna intendersi bene. Io non metto in discussione
i rimborsi pubblici e so bene che una buona democrazia costa. Ma
chiedo trasparenza e controllo sulle spese. Anche perché il
confronto con gli altri paesi europei mette in rilievo come i
costi della politica da noi siano assai più elevati».
E’ davvero un’impresa capire a quanto ammonti il finanziamento
pubblico, ma a fine legislatura i soldi statali trasferiti nelle
casse dei partiti dovrebbero corrispondere a oltre 1000 miliardi
di vecchie lire. Troppi? Non le pare singolare che non esistano
cifre chiare e ufficiali?
«Alla fine i soldi per i partiti dovrebbero essere di più. E’
vero che negli ultimi 5 anni i partiti hanno ricevuto circa 450
milioni di euro, ma a regime si arriverà ad una cifra quasi
doppia dopo gli aumenti legiferati nel 1999 e nel 2002. La prima
misura da prendere è rendere pubblico e trasparente tutto
questo. Dobbiamo spendere bene ogni euro e dar conto di ogni
euro speso».
Nella relazione della Corte dei Conti si denuncia il gonfiamento
«pletorico» degli staff dei ministeri, in un’escalation di
consulenze e rapporti a tempo che investe Regioni, Province,
Comuni: occorre sforbiciare?
«Certo, ma quello della Pubblica amministrazione è un altro
capitolo. Il problema più importante non è tanto quello della
riduzione dei costi, che pure esiste, ma piuttosto l'efficienza
della macchina amministrativa. In questa prospettiva alcuni
capitoli di spesa andranno tagliati, ma altri potranno persino
essere aumentati».
La progressiva «pubblicizzazione» dei partiti fa sì che oggi in
Italia viva di politica una quantità crescente di persone,
qualcuno ne calcola quasi 300 mila. Troppe?
«Il numero di persone che in Italia vive di politica è più
elevato che altrove. Questo si spiega con il forte decentramento
e sotto questo aspetto è paradossale la situazione dei consigli
di quartiere o circoscrizionali. In alcune città è un servizio
gratuito, in altri ci sono retribuzioni da più di mille euro al
mese. Manca una giustizia distributiva che resta il collante di
ogni sistema democratico».
Con queste proposte non crede possano inquietarsi i partiti
dell’Unione?
«Se impostiamo questo discorso in modo serio, sono sicuro che ci
sia una forte comprensione da parte di tutti i partiti
dell’Unione. Le radici della legittimità non si alimentano
soltanto di fatti giuridici, ma di un rapporto col Paese reale».
Presidente Prodi, che ne pensa dell’autodifesa del Governatore
Fazio?
«Un’autodifesa formale che non ha toccato i problemi più
delicati, che erano sostanziali tanto è vero che la stessa
credibilità internazionale del Paese è stata messa in
discussione. Quell’autodifesa senza risposte mi spinge a
chiedere che il Senato discuta al più presto nuove regole in
questo campo. E voglio sottolineare che l’Unione si sia
identificata nelle mie recenti proposte di riforma complessiva
del settore»
Berlusconi torna ad accusarla per il tasso di cambio con cui
siamo entrati nell’euro...
«Polemica che, forse, è frutto di incapacità di analisi
economica. Con uno sforzo incredibile siamo entrati a 990 lire
per marco e tutti, a cominciare dall’allora onorevole Tremonti,
accolsero questo rapporto come un risultato straordinario.
Ricordo la notte prima della decisione una lunga telefonata con
Kohl, la mia richiesta di un cambio a mille lire (anche se molti
in Italia ritenevano che il massimo ottenibile fosse 950) e lui
che mi disse: “A mille non è possibile, ma mi impegno a darvi
una mano per chiudere a 990”».
Se l’Unione vince le elezioni, lei chiamerà Mario Monti a fare
il ministro?
«Abbiamo sempre lavorato bene assieme. Ma prima si fa il
programma e poi si fa il governo. Questo è un modo serio di
ragionare e sono sicuro che anche Monti ne sia profondamente
convinto».
Se un eventuale governo dell’Unione non ce la facesse, a metà
legislatura non crede che possa prendere quota l’ipotesi di una
«Grande coalizione»?
«Io mi impegno davanti agli elettori per una sola coalizione per
un programma condiviso da realizzare in tutta la legislatura». |
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