Inquadramento storico
Il sito di Cornigliano si sviluppa su un’area di un milione e 300mila m2 collocata all’interno dell’area urbana di Genova ed è occupato da un polo siderurgico costituito da una acciaieria a ciclo integrale e da un centro di lavorazioni siderurgiche a freddo. Il sito, completamente inglobato in quartieri ad alta densità abitativa, si sviluppa tra il porto di Genova, l’aeroporto e le aree urbane di Cornigliano e Sestri Ponente.
Breve storia dell’insediamento
La storia delle acciaierie di Cornigliano risale al 1935, data in cui viene costituita la Società italiana acciaierie di Cornigliano (Siac); lo stabilimento venne realizzato in tempi brevissimi (1947-52) e le produzioni iniziarono nel 1952. Nel 1961, in seguito alla fusione con l’Ilva, muta ragione sociale in Italsider alti forni e Acciaierie riunite Ilva e Cornigliano. Nel periodo delle grandi privatizzazione dell’ultimo decennio, il Gruppo Riva acquista il polo siderurgico. Il nome più comune con cui le acciaierie di Cornigliano sono da sempre conosciute resta comunque l’Ilva di Cornigliano.
Un’acciaieria a ciclo integrale parte da fossili e minerali e arriva a trasformare l’acciaio liquido in prodotti da colata continua; fanno parte del complesso industriale una cokeria (fermata nel 2002), un impianto di agglomerazione, un altoforno e, sino al 1984, un laminatoio a caldo; il centro di lavorazioni siderurgiche a freddo include laminatoi e processi di decapaggio, verniciatura e zincatura. Tutti processi industriali molto inquinanti.
Il problema di aver raggruppato all’interno di un’area densamente abitata tanti e tali impianti inquinanti è aggravato dal fatto che questi sono per lo più di vecchia concezione tecnologica, risalgono ai tempi in cui la logica della produzione prevaleva totalmente sui limiti ambientali. Così come testimoniato dai numerosi incidenti susseguitisi nel corso degli anni, gli impianti dell’Ilva sono sottoposti ad un minimo indispensabile di manutenzione, solo lo stretto necessario per il loro funzionamento e poco è stato fatto per limitare le emissioni inquinanti.
In seguito all’emanazione della legge 426/98, che prevede esplicitamente la chiusura delle lavorazioni siderurgiche “a caldo”, comincia a profilarsi un primo Accordo di programma (previsto dalla legge stessa) tra Ilva S.p.a., i vari Ministeri interessati, gli Enti locali e l’Autorità portuale. Tale accordo ha incontrato una forte opposizione da parte dei cittadini, di Legambiente, dell’ Associazione “Per Cornigliano” e della Regione Liguria, soprattutto in merito alla costruzione di un nuovo impianto fusorio elettrico (o forno elettrico). La costruzione di tale impianto è stata bocciata nella successiva valutazione di impatto ambientale (Via) in quanto in aperta contraddizione con quanto previsto dalla legge 426/98.
La chiusura della cokeria, avvenuta nel febbraio del 2002, costituisce un importante momento nella lunga lotta portata avanti da cittadini e ambientalisti (principalmente Legambiente e Associazione “Per Cornigliano”) contro i veleni dell’acciaieria. Con la chiusura della cokeria viene definitivamente fermato un mostro inquinante responsabile, insieme all'altoforno e agli altri impianti "a caldo" dell'acciaieria, di malattie, asma, allergie, tumori e leucemie.
Non c’è dubbio che un territorio come quello dove sorgono le acciaierie sia stato oggetto di inquinamenti diffusi, in superficie e in profondità e che questo coinvolga anche la fascia di mare prospiciente e comunque tutto il ponente genovese.
E’ ben nota inoltre la serie di inquinanti, molti dei quali altamente cancerogeni, prodotti e riversati per decenni sul territorio dello stabilimento e della circoscrizione di Cornigliano dall’impianto di agglomerazione e dalla cokeria, dall’altoforno e dall’acciaieria e da tutti i forni di riscaldo; per citare i più noti, si ricordano il benzene, il benzo(a)pirene e tutta la vasta famiglia degli idrocarburi policiclici aromatici; molte di queste sostanze sono quasi sicuramente filtrate in mare attraverso il terreno nei decenni passati ed il continuo apporto degli anni recenti ha continuato a impregnare le aree di Cornigliano di queste sostanze, che potranno lentamente percolare nelle acque marine.
In particolare, uno studio Filse, datato giugno 1999, ma reso pubblico solo il 2 dicembre, ovvero dopo la firma del vecchio Accordo di programma, rivelò già allora che le aree che il Gruppo Riva doveva cedere alla città erano molto più inquinate del previsto, richiedendo quindi tempi di bonifica più lunghi e costi più che raddoppiati. Le aree destinate a verde pubblico, ad esempio, non erano ritenute adatte per la presenza di oli minerali, cromo, nichel, mercurio e piombo, tutti noti cancerogeni.
Nel corso del 1999, in relazione ai dibattiti nei Consigli comunali, provinciale e regionale sull’Accordo di programma, il prof. Eva, all’epoca consigliere comunale di minoranza, noto docente universitario e sismologo, dichiarò ai giornali che nelle aree di Cornigliano (in particolare nella zona della cokeria, dell’altoforno e dei parchi fossili e minerali) vi era da attendersi la presenza e il progressivo accumulo nei decenni precedenti persino di sostanze debolmente radioattive; è noto infatti che fossili e minerali possono contenere sostanze radioattive, in quantità solitamente piccolissime, le quali però, a seguito dei processi di distillazione del fossile in cokeria, di fusione in altoforno e di affinazione in acciaieria, tendono a concentrarsi nel coke, nella loppa, nelle scorie d’altoforno e di acciaieria (per non parlare dei rischi in acciaieria, connessi alle eventuali fusioni accidentali di rottami anche debolmente contaminati).
E’ noto inoltre che in uno stabilimento vecchissimo come quello di Cornigliano per decenni sono stati utilizzati rivestimenti a base di amianto (addirittura anche lastre d’amianto puro) per tutte le coibentazioni delle tubazioni che trasportano fluidi a elevate temperature, forni, ecc.; si ritiene probabile che nei sotterranei degli impianti dismessi o in via di dismissione siano presenti ancora grandi quantità di tali materiali, che creerebbero notevoli problemi ambientali e sanitari per la rimozione e la bonifica, in una città già duramente colpita dal mesotelioma per gli analoghi problemi connessi alle attività portuali.
Aspetti giudiziari e indagini epidemiologiche
Con sentenza n° 251 del 18/02/91 il Pretore di Sestri condannava la realizzazione di una discarica abusiva, all'interno dello stabilimento di Cornigliano, in cui erano depositate circa 20.000 t di scorie e fanghi provenienti da impianti di decapaggio, pulitura elettrolitica, stagnatura e riduzione cromati. A tutt'oggi queste sostanze giacciono ancora nell’area industriale.
Una sentenza del Tribunale di Genova del 1993 condannava lo smaltimento abusivo di almeno 20.000 t (di cui 4.000 nelle vecchie vasche degli oli del treno di laminazione a caldo dismesso nel 1984, oggi cementificate) di materiali di demolizione muraria, miscelati con scaglie di laminazione e con fanghi di decapaggio, questi ultimi contenenti il pericoloso cromo esavalente, il tutto accertato da periti incaricati dal Tribunale con una limitata campagna di carotaggi; si pensa che le quantità reali possano essere molto maggiori (dell’ordine di 100.000 t o più).
Recenti denunce sui quotidiani locali e numerosi resoconti di sedute della Camera dei Deputati, relativi a indagini conoscitive compiute tra il 1998 e il 2001, avanzano pesanti dubbi sul corretto smaltimento del pericolosissimo apirolio (composto derivato della famiglia dei Pcb contenuto nei vecchi trasformatori); qualora l’apirolio esausto fosse stato bruciato nei forni invece che smaltito correttamente a norma di legge, sarebbe certa la produzione di diossine e furani riversati sul territorio dello Stabilimento e della Circoscrizione; qualora fosse stato riversato nei terreni dello Stabilimento, ciò creerebbe problemi gravi di bonifica. In aggiunta, l’Associazione “Per Cornigliano” a dicembre 2000 inviò lettera ufficiale alla direzione Arpal e alla Provincia di Genova, richiedendo di poter visionare i risultati delle analisi (occasionali o sistematiche) relative all’eventuale emissione di diossine e furani dallo Stabilimento di Cornigliano: la risposta ufficiale dell’Arpal fece comprendere che tali agenti inquinanti non venivano praticamente misurati, ma di fatto stimati sulla base dei volumi di fumi emessi dai vari impianti e con l’ausilio di coefficienti tecnici di letteratura, per giunta relativi alle migliori tecnologie disponibili. Poiché è elevato il rischio di produzione di diossine e furani anche con l’eventuale utilizzo di rottame scadente in acciaieria (ad es. contaminato da composti organici clorurati, plastiche, oli, ecc.), è tecnicamente possibile che tali sostanze, all’insaputa delle Autorità preposte, si siano prodotte e riversate sul territorio, vi persistano da decenni e siano già entrate o possano in futuro entrare nelle catene alimentari, finendo lentamente in mare e contaminando il pescato.
Nel 2003 viene avviato il processo tuttora in corso a carico di Emilio Riva e dei responsabili dei vari settori dal 1995 al 2002, in particolare della cokeria, che dovrà appurare le responsabilità di chi doveva attuare le norme in materia di tutela dell'ambiente esterno e disporre gli interventi necessari per prevenire l'immissione nell'atmosfera di sostanze nocive pericolose per le persone. Nel dicembre del 2004 viene apportata un’importante modifica del capo di imputazione del processo in corso, ampliando l’arco temporale dell’accusa di inquinamento: i dirigenti e i responsabili degli impianti dovranno rispondere non solo dell’inquinamento prodotto da 1995 al 2002, ma anche di quello provocato fino ad oggi.
Per quanto concerne le indagini epidemiologiche riguardanti i decessi causati dai fumi dell’acciaieria, nel corso di un'indagine della magistratura relativa alla cokeria è emerso che dal 1986 al 1995 si sono verificati a Cornigliano 744 decessi in più rispetto alle “morti attese”.
Per quanto riguarda l’attuale situazione delle aree di Cornigliano il tema della bonifica è ben lungi dall’essere affrontato, stante l’attuale discussione che verte più sul futuro delle aree, sulla destinazione d’uso delle stesse e la loro proprietà. A tale proposito si ricorda che la finanziaria del 2001 ha sancito la sdemanializzazione delle aree occupate dall’Ilva, passate al patrimonio della Regione Liguria; a fine 2002 è stata costituita la Spa pubblica per le bonifiche “Società per Cornigliano” (costituita da: 45% Regione, 22,5% Provincia, 22,5% Comune e 10% Sviluppo Italia) che dovrà gestire il post-siderurgia con operazioni finalizzate al risanamento ambientale, l’infrastrutturazione e la valorizzazione dei terreni occupati dallo stabilimento. Nel febbraio 2004 enti locali e Gruppo Riva hanno firmato un nuovo Accordo di programma secondo il quale Riva rinuncia alla concessione delle aree attualmente occupate dagli impianti (valida fino al 2050), ma ottiene 700mila m2 in uso gratuito per 99 anni, mentre i restanti 600mila m2 passerebbero alla Regione Liguria per essere poi girati alla Società per Cornigliano.
Il decreto competitività dell’11 marzo 2005 ha messo a disposizione 55 milioni di euro per la bonifica e la riconversione delle aree che vanno a sommarsi ai 167,2 milioni di euro già stanziati. Sarebbe interessante sapere in che modo la Società per Cornigliano intende impiegare tali risorse, ma una cosa è certa: è urgente la predisposizione di un piano di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica dell’area.