|
Il 2 giugno è occasione di celebrazione ma ancor più
di meditazione sulla
storia e sui destini della nostra Repubblica.
A questo, come premessa di un impegno forte per il
rilancio del paese, ci ha
invitato il Presidente della Repubblica con un
appello che accogliamo con
rispetto e facciamo nostro con convinzione, tanto
più in un giorno di lutto
di tutta la comunità nazionale.
Il duplice no alla Costituzione che scuote l’Unione
Europea e i giudizi,
tanto negativi quanto inoppugnabili, sullo stato
della nostra economia e dei
nostri conti pubblici arrivati dalle organizzazioni
internazionali,
accrescono ulteriormente le nostre responsabilità.
Attrezzandoci per dare risposte all’altezza delle
sfide che ci stanno
davanti, la nostra prima e più solida è e resta la
nostra Costituzione.
In essa sono racchiusi i valori più profondi della
Repubblica.
Per questo, l’abbiamo tenacemente difesa e siamo
impegnati a difenderla in
futuro di fronte a proposte di cambiamento che ne
alterano profondamente la
natura e le regole di funzionamento.
E’ la fedeltà ai valori di fondo della nostra
Costituzione che ci potrà
permettere di aggiornarla per rispondere alle nuove
esigenze della società
italiana, così cambiata in questi quasi sessant’anni.
La fedeltà ai valori fondanti della nostra
Repubblica non sarebbe completa
se non confermassimo oggi la nostra scelta per
quell’Europa che ci ha
offerto, durante tutti questi anni, il quadro di
riferimento e la garanzia
per lo svolgimento del nostro progetto nazionale e
che oggi, grazie
all’allargamento, va estendendo un’area di pace e
stabilità a tutto il
continente.
Ciò è tanto più vero in questi giorni così
drammatici per l’Unione Europea.
In un momento storico in cui le sfide
internazionali, le minacce alla pace e
i cambiamenti dettati dall’irrompere di nuovi paesi
sulla scena mondiale
rendono la dimensione e la coesione europea ancora
più necessarie, i
referendum francese e olandese ci impongono di
riflettere sul senso di
questo voto e ci caricano tutti, e noi italiani per
primi, di nuove ed
accresciute responsabilità.
Di fronte a questi eventi si può uscire con un
arretramento o con nuove
proposte che confermino il cammino europeo e ne
consolidino le basi.
Per l’Italia, il più fragile tra i grandi paesi
europei, la scelta obbligata
è stata in passato e dovrà essere ancor più in
futuro quella di una forte
integrazione, garantita da istituzioni comuni.
La politica degli ultimi anni dimostra che il nostro
paese ha solo da
perdere quando non investe sul comune interesse
europeo tramite le
istituzioni dell’Unione e si affida, invece, ai
rapporti di forza e di
convenienza tra gli Stati.
Quando si sposta il confronto su questo campo e si
dimentica che, per noi,
interesse nazionale ed interesse europeo sono una
cosa sola, l’Italia non
può che risultare sconfitta.
Per proteggere, consolidare e far progredire
l’Unione Europea si richiede
oggi un impegno forte, convinto ed intelligente.
Il duplice no di due paesi fondatori come Francia ed
Olanda impone una
riflessione profonda e sconsiglia risposte
affrettate.
Servono proposte nuove e concrete che permettano
all’Europa di progredire
nel suo cammino.
In questa decisiva stagione, l’Italia, depositaria
di uno straordinario
patrimonio di esperienza e di competenza sulle
materie europee, non può
essere passiva.
La solidarietà europea è ancora più necessaria oggi,
nel più grave e
prolungato periodo di crisi economica di tutta la
storia repubblicana.
La produzione industriale è ferma da cinque anni, la
produttività è in
diminuzione, le nostre esportazioni crollano ed il
disavanzo pubblico,
nonostante lo sciagurato periodo dei condoni, è al
di fuori di ogni
controllo.
Siamo stabilmente l’ultimo dei 25 paesi europei in
termini di crescita.
In pochi anni siamo arrivati al di sotto della media
del reddito di tutti i
paesi europei.
Sono ben lontani i tempi in cui potevamo immaginare
di avere avviato un
inseguimento ai paesi più avanzati destinato al
successo!
E che senso di vergogna e di rabbia proviamo tutti
quando su tutta la stampa
internazionale leggiamo, come un dato ormai
acquisito, che l’Italia è il
grande malato dell’Europa!
Questo malato deve guarire.
E può guarire solo con cure forti e che durino nel
tempo.
Perché possano essere accettate e sostenute dagli
italiani, queste cure
devono essere eque e solidali.
L’Italia, infatti, non ha solo smesso di crescere ma
è divenuta diseguale in
modo ormai intollerabile.
A questo fine, abbiamo bisogno di una politica che
sia fondata su robuste
basi tecniche ma, soprattutto, che sia sorretta da
un profondo senso etico.
Per rimettere in sesto l’Italia, per mettere ordine
nei conti pubblici e far
di nuovo correre le nostre imprese, si imporranno
decisioni radicali.
Esse saranno accettate solo se il loro peso sarà
proporzionato alla
robustezza delle spalle che lo dovranno sostenere.
Tali misure hanno prima di tutto bisogno di verità.
E la verità è che la nostra è una malattia solo in
parte comune al resto
dell’Europa.
Il nostro è innanzitutto e soprattutto un male
italiano.
Non è l’euro che ci colpisce perché, mentre le
nostre esportazioni crollano,
la Francia mantiene la sua quota del commercio
mondiale e la Germania la
accresce fortemente.
Quello che si richiede è un cambiamento della nostra
struttura produttiva.
L’Italia non può affrontare il nuovo secolo con i
prodotti, le
specializzazioni e i metodi produttivi del secolo
precedente.
Ripeto quanto dico da molti anni: il sistema
produttivo italiano è come un
meccano che deve essere smontato e rimontato pezzo
per pezzo.
E penso non solo all’industria, che rimane il
fondamento del nostro
benessere, ma anche ai servizi, vittime di strutture
corporative e di
rendite di posizione che, da sostegno allo sviluppo,
li hanno trasformati in
elemento di freno e di ritardo.
Affrontare queste sfide con le attuali regole che
governano la pubblica
amministrazione, la giustizia, la scuola,
l’università e la ricerca non è in
alcun modo possibile.
Concorrenza e riconoscimento dei meriti per
garantire l’efficienza.
Regole per garantire la correttezza del gioco.
Solidarietà e doveri per garantire l’equità tra i
cittadini.
Questi sono i principi che noi proponiamo per
avviare e rendere possibile la
rivincita dell’Italia.
Il risanamento non ci basta.
Noi vogliamo che l’Italia ritrovi il gusto della
vittoria.
Non è ancora il tempo per tradurre questi grandi
obiettivi in un programma
dettagliato di governo.
Il nostro programma dovrà nascere dalla discussione
e dall’analisi che
abbiamo appena cominciato e dovrà portare alla fine
ad una sintesi nella
quale si possano riconoscere tutti gli elettori
dell’Unione.
Voglio, però, già da ora indicare alcune possibili
linee di azione per
mettere i pratica i principi che ho appena
ricordato, sapendo che saranno i
giovani per primi a giudicare la coerenza e la
credibilità delle nostre
azioni.
Noi abbiamo deluso i ragazzi e le ragazze, li
abbiamo abbandonati ad una
precarietà senza fine, abbiamo perso la loro
fiducia.
Dobbiamo valorizzare le loro risorse, alimentandoci
al loro idealismo e alla
loro capacità di scandalizzarsi.
Se uno dei principali elementi di disgregazione
della nostra società è stata
l’aumento della disuguaglianza, la lotta contro
l’evasione legale e
l’illegalità è elemento essenziale per la
ricomposizione tanto di una
coesione sociale spezzata quanto di un perduto
equilibrio dei conti pubblici.
Le dimensioni che l’evasione ha assunto sono
incompatibili con ogni forma di
risanamento.
Sono consapevole che non potremo passare alle
produzioni del nuovo secolo in
un solo istante, ma alle nostre imprese dobbiamo
offrire il respiro di cui
hanno bisogno per trasformarsi.
Penso ad una significativa diminuzione del costo del
lavoro tramite la
riduzione dei contributi fiscali che gravano su di
esso.
Non può certo prosperare un paese in cui il lavoro è
tassato più della
rendita ed in cui gli investimenti produttivi sono
penalizzati rispetto a
quelli finanziari.
Ma anche la riduzione dei costi non sarà sufficiente
se il paese non
assorbirà fino in fondo una cultura della
concorrenza, potenziando,
trasformando e riformando il ruolo delle autorità di
garanzia.
E nemmeno sarà sufficiente senza un impegno
prioritario e straordinario
nello sviluppo delle risorse umane.
Scuola, università e ricerca dovranno risolvere
nella scala delle priorità e
sull’impegno finanziario del paese.
Tra le priorità non costose una vera semplificazione
delle regole della
pubblica amministrazione e dei rapporti coi
cittadini appare un complemento
essenziale a tutto quanto appena scritto.
Poche regole ma rispettate.
Sono questi i primi passi da compiere per frenare la
discesa e poi aumentare
il benessere dei nostri cittadini.
Tale benessere non può, tuttavia, essere affidato ai
soli beni individuali e
al semplice aumento del reddito di ciascuno di noi.
Il nostro benessere individuale dipende anche, e in
alcuni casi soprattutto,
dai beni di interesse generali e che chiamiamo
collettivi.
Aria, acqua, ambiente e salute non sono legati al
nostro reddito ma
all’organizzazione di una società consapevole.
Noi dobbiamo dare all’Italia questa consapevolezza.
Non dimentichiamo, però, che in Italia c’è chi privo
anche dei più
elementari beni privati e vive in condizioni di
intollerabile povertà.
Per questi cittadini e per queste famiglie accorre
costruire una rete di
protezione che oggi non esiste.
La civiltà di un paese si misura sulla cura per i
più deboli.
Capisco che tutte queste proposte sono
necessariamente forti e radicali.
Capisco anche che esse sono difficili da mettere in
atto in un paese in cui
così diffusa è la sfiducia nei confronti della
classe politica.
In questi casi, la prima condizione per la
credibilità è il buon esempio.
Come potremo chiedere sacrifici se non cominceremo
noi a dare l’esempio,
riducendo il costo della politica.
E penso alle spese per il funzionamento delle
istituzioni e dei partiti, per
le campagne elettorali, per i trattamenti del
personale politico.
Un così impegnativo programma richiede tempi lunghi
e una grande forza
politica che lo faccia proprio e lo ponga al centro
dell’azione quotidiana.
Questo è il significato del progetto politico che ho
proposto a tutte le
forze del centrosinistra e che gli italiani hanno
compreso e premiato in
ripetute prove elettorali.
L’Unione e l’Ulivo sono necessari non solo per
vincere le elezioni ma anche,
e soprattutto, per poi potere prendere le decisioni
di governo necessarie a
fare uscire il paese dalla crisi che esso sta
vivendo.
L’Unione come titolare del programma di governo per
la legislatura. L’Ulivo
come soggetto forte che lega più partiti con un
patto che si proietta nel
tempo garantendo all’azione di governo forza,
continuità e stabilità.
Mai ho parlato di un partito unico ma di una
federazione di partiti che
valorizzi le storie, le culture, il radicamento
nella società e nel
territorio delle forze che la compongono.
Ho parlato di un soggetto visibile nel paese e nelle
istituzioni, capace di
prendere impegni con gli elettori e darne conto.
Un soggetto, quindi, necessariamente presente prima
nella scheda elettorale
e poi finalmente capace di parlare in parlamento con
una voce sola.
Se si vuole che l’alleanza di governo funzioni,
oltre ed accanto ad un
programma impegnativo per tutti perché costruito
insieme, occorre un punto
di riferimento forte che svolga nell’Unione una
funzione di cerniera,
operando ogni giorno contro le divaricazioni che, se
anche ci facessero
guadagnare qualche voto in più, renderebbero
impossibile l’azione di governo.
Quello che ho in mente e che ho sempre avuto in
mente non è un gruppetto di
fedelissimi che si aggiunga ad altri gruppi nella
gara a chi è meno piccolo.
Penso, invece, a una grande forza politica e a un
grande gruppo parlamentare
che, con la qualità delle proprie proposte e con la
propria forza numerica,
siano al servizio dell’unità e della stabilità
dell’intera coalizione.
Questo è ciò di cui il paese ha bisogno: adesso.
Per questo motivo, pur nel rispetto assoluto delle
decisioni prese e pur
consapevole di una diversità di posizioni tra i
partiti e dentro i partiti,
voglio fare sentire ancora una volta il mio appello
ad un’unità dell’Ulivo
che è indispensabile per la salvezza e la rinascita
dell’Italia.
*
Non sembrino, queste, né parole di circostanza né
preoccupazioni per la
piccola realtà della politica che dovrebbero essere
messe da parte in un
momento così difficile per il paese.
E’ proprio il senso della sfida che siamo chiamati
ad affrontare che impone
di preparare con il massimo della cura gli strumenti
e i meccanismi di
decisione che saranno indispensabili per adottare le
politiche e le misure
severe senza le quali l’Italia non potrà tornare a
correre e a vincere.
Solo un paese unito riuscirà a produrre le energie e
a sostenere lo sforzo
necessario per la ripresa.
E noi stessi, solo essendo uniti, uniti nell’Unione
e uniti nell’Ulivo,
potremo credibilmente concorrere a promuovere e, se
premiati dagli elettori,
a guidare questo progetto di riscossa nazionale.
Per questo, dentro l’Ulivo e dentro l’Unione, si
richiedono senso della
responsabilità, spirito unitario e onestà nelle
scelte.
Queste sono le mie convinzioni.
In ogni caso ognuno, individuo o partito, assuma le
proprie decisioni e la
propria collocazione, accompagnando il rispetto
chiesto per la propria
scelta a quello dovuto per le scelte degli altri.
Così come siamo già riusciti nel passato, confido
che anche oggi riusciremo
a fare le nostre scelte in libertà e a risolvere i
problemi delle singole
forze politiche senza mettere in causa la nostra
unità.
Un contributo decisivo ad una serena soluzione delle
questioni che toccano i
singoli partiti verrà, peraltro, da un parallelo
impegno a regolare in modo
trasparente ed ordinato le questioni che toccano
l’intera coalizione.
Penso, in primo luogo, al percorso che ci deve
portare alla definizione del
nostro comune programma di governo.
Alla fine, e tanto più in caso di non risolte
contraddizioni su punti
decisivi, credo che dovremmo prendere in
considerazione l’ipotesi di una
grande assemblea programmatica attraverso il
coinvolgimento diretto dei
nostri elettori.
Regole di comportamento condivise ed impegnative non
ci serviranno,
tuttavia, soltanto per arrivare ad una positiva
conclusione del nostro
impegno programmatico.
Esse sono e saranno indispensabili, giorno dopo
giorno, per dare ordine alla
nostra azione, consolidare l’abitudine ad un lavoro
in comune, modellare un
approccio sempre più condiviso ai problemi del
nostro paese e del nostro
tempo.
Sono sicuro che, se avessimo potuto disporre di
abitudini di lavoro
consolidate e di regole condivise e rispettate,
avremmo fronteggiato con
maggiore efficacia e unità anche l’ultima vicenda
relativa al rinnovo dei
vertici della Rai.
Da ultimo ma non ultimo, credo che dovremmo con
serenità considerare anche
l’eventualità di riaprire un confronto aperto e
collettivo sulla guida
dell’Unione.
All’indomani delle elezioni regionali, avevamo tutti
convenuto di leggere
nel voto un invito ad andare avanti con l’assetto e
le linee che ci avevano
portato alla vittoria.
Su mia proposta avevamo quindi, di nuovo tutti
insieme deciso di accantonare
le primarie come strumento per la scelta definiva
della leadership.
Sembrò allora a tutti che non fosse saggio riaprire
un problema che tutti
ritenevamo ormai risolto.
Negli ultimi giorni, ho potuto, invece, constatare
che il problema sembra
essere tornato di attualità e che quella che era
parsa, solo poche settimane
fa, una scelta dettata dalla saggezza viene
riconsiderata e presentata come
il frutto della fretta o dell’interesse personale.
Sono considerazioni che meritano di essere
considerate e valutate con il
massimo del rispetto, della serenità e dell’impegno.
E credo che dovremo farlo ora, guidati dalla ferma
convinzioni che questi
problemi sono troppo importanti per non essere
portati alla luce del sole e
risolti in piena consapevolezza, in modo condiviso e
impegnativo per tutti.
I problemi dell’Italia non ci consentono né di
essere divisi né di dare vita
ad un governo qualsiasi.
Un governo che nascesse segnato da ombre e sospetti,
un governo che fosse
privo della compattezza necessaria per assumere
decisioni difficili sarebbe
un governo qualsiasi.
E questo noi non possiamo permettercelo e non
possiamo permetterlo.
Romano Prodi
Creta, 2 giugno 2005
|