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La speranza dei commissari è che a San Valentino almeno uno
dei sei pretendenti rimasti in corsa per aggiudicarsi
Ferrania si decida a presentare un'offerta, possibilmente
congrua. Un'ipotesi minimale, tenuto conto che ancora ieri
gli uffici dell'azienda valbormidese erano sotto pressione
per rispondere a tutte le richieste di chiarimenti tecnici e
finanziari che giungono dai possibili acquirenti. Segno che
l'interesse è concreto e che i commissari, con ogni
probabilità, si troveranno dopo il 14 febbraio a dover
confrontare almeno due offerte.
Sensazione avvalorata anche dalla caratura di alcune di
queste "cordate". La più titolata, nell'immaginario comune
ligure, è sicuramente l'alleanza che unisce il gruppo
Malacalza, la "Ignazio Messina" e, pare, l'ex amministratore
delegato di Italsider nonché presidente di Omnia, Giovanni
Gambardella, con il mandato a realizzare il futuro piano
industriale di Ferrania. Vittorio Malacalza, fresco di
laurea honoris causa in ingegneria, è oggi leader di un
gruppo multinazionale molto diversificato (dalla siderurgia
alla ricerca, dall'impiantistica all'alimentare) e dopo aver
acquisito, rilanciandola, Ansaldo Superconduttori, ha
tentato invano di assumere il controllo di Ansaldo Energia.
Il gruppo Messina è tra i primi in Italia in campo
armatoriale e terminalistico. Recentemente è stato socio di
Antonio Barone in Terminal Rinfuse Italia, uscendone lo
scorso anno con una buona "dote". Si tratta quindi di
imprenditori ai quali non fanno difetto le risorse
necessarie per rilanciare un'azienda come Ferrania.
Indiscrezioni lasciano anche intendere che tra i loro
obiettivi (almeno immediati) non rientrerebbe la richiesta
di poter costruire una centrale a gas sulle aree
industriali. Gambardella, da parte sua, ha partecipato
all'iniziativa di Italiana Coke per la realizzazione di una
minicentrale nello stabilimento di Cairo ed è partner della
francese impresa Spada nel progetto del porticciolo
turistico di Savona-Albissola.
Altri pretendenti di estrazione industriale sono la cordata
Grosso-Zunino, con specializzazione attuale nel settore
ecologico, e la società Servizi Avanzati, costituita tra un
gruppo di imprenditori laziali e campani. Questi ultimi
avrebbero già delle competenze nel campo della diagnostica
digitale. L'incognita, che riguarda un po' tutte queste
iniziative, riguarda il lato occupazionale: nessuno sembra
allontanarsi dallo zoccolo minimo fissato intorno alle 450
unità lavorative (circa 300 in meno rispetto agli attuali
livelli).
Quel numero - respinto dai sindacati - era stato scritto per
la prima volta nel piano di risanamento presentato dal fondo
(di diritto inglese) Adt Partners che appare come la vera
alternativa ad un'eventuale "soluzione genovese". Adt Italia
non è solo un fondo per capitali di ventura, ma riunisce
anche gli interessi di alcuni imprenditori nazionali,
rimasti nell'ombra. L'offerta che potrebbe giungere su
questo fronte non si dovrebbe scostare, sotto il profilo
industriale, da quanto contenuto in qual piano. Con la
inevitabile considerazione che se quel piano era stato
bocciato dalle banche creditrici, provocando la
dichiarazione dello stato di insolvenza e il
commissariamento, non si capisce perché i commissari (e i
sindacati) dovrebbero ora approvarlo. Peròè passato del
tempo, non è che gli affari vadano meglio e, in fondo,
potrebbero essere messe in modo, oltre alle risorse dello
Stato, allora inesistenti, anche il plus valore in teoria
ottenibile con il progetto di centrale elettrica. La partita
appare quindi aperta. Lunedì a Cairo, con Biasotti, i
sindacati cercheranno di posizionare i loro "paletti".
Sergio Del Santo
31/01/2005
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