L’Ecclesiaste. Libro “scandalo” della Bibbia.
“Vanitas vanitatum et omnia vanitas. Che resta all’uomo di tutto il suo affanno in cui si affanna sotto il sole? Generazione che va, generazione che viene e la terra nel suo ciclo rimane. E sorge il sole ed il sole tramonta anelando al suo luogo dov’egli risorge. Soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana e volgendo, volgendo il vento se ne va e sopra le sue spire ritorna il vento…..”.
Tempo addietro ebbi occasione di leggere su Famiglia Cristiana, un periodico fra i più interessanti tra quelli che mi capitano fra le mani, un fiore in mezzo a tanta spazzatura che viene pubblicata, una riflessione sull’Ecclesiaste, un libro della Bibbia che avevo preso in mano tempo addietro per ricercare un particolare versetto.
Molte di quelle riflessioni concordano con il mio pensiero su di un libro spesso trascurato se non vituperato, in particolare per quanto attiene a quelle che l’esegesi biblica chiama “malattie” e che io preferisco definire patologie.
Lavorando sul testo biblico nella versione interconfessionale che è mie mani propongo a mia volta alcune considerazioni su di un testo che ci avvicina a Dio molto di più di quello che si possa pensare.
Aspetto di leggere le considerazioni in proposito del mio amico tradizionalista Mino Rolletti o del Grillo Parlante.
Il Libro di Qohelet – da noi meglio noto come Ecclesiaste - è stato da qualcuno giudicato come una sorta di testo “scandaloso” nell’ambito del corpus dell’Antico Testamento.
Il libro, come sappiamo, ci riporta all’epoca di Salomone, vissuto molti secoli prima.
Il suo autore, che si presente come Qohelet, chiaramente uno pseudonimo, ci rimanda alla parola ebraica “qahal”, assemblea, in greco ekklesia, da cui è poi derivata la parola latinizzata Ecclesiastes ed infine, nel moderno italiano, “Ecclesiaste”.
Ci troviamo di fronte ad un testo molto insolito, ben diverso da quello degli altri libri che lo precedono: le frasi che vi sono contenute non sono affatto didascaliche ma da esse traspare un inquietudine che è raro trovare in un libro di natura religiosa, al punto che qualcuno vi ha voluto vedere addirittura elementi di ateismo, sia pure a livello di provocazione verso l’esegeta.
L’autore del libro ci rappresenta l’inutilità del continuo quotidiano affannarsi per conquistare qualcosa che non durerà, qualcosa che è già stato e che sarà, perché non c’è nulla di nuovo sotto il sole,
Meglio quindi rifugiarsi in posizioni molto più distaccate dalla vita terrena, lasciare che il vento soffi nell’una e nell’altra direzione, lasciare che il sole sorga e tramonti.
Il Qoehelet si presta tuttavia a opposte interpretazioni: per secoli è stato visto come un inno alla normalità, alla mediocrità ed al disprezzo delle cose vane e futili; in tempi più recenti gli interpreti biblici meno legati alla tradizione, vi hanno colto aspetti più prossimi alle religioni e filosofie orientali basandosi su alcuni passi che invitano ad un godimento, sia pure moderato, delle gioie che la vita ci può accordare, avvicinandosi in questo ad alcuni aspetti del buddismo.
Qohelet, come Giobbe, ci rappresenta, sia pure in maniera diversa e più algida, la crisi della sapienza tradizionale d’Israele. Egli però non riesce ad avere alcuna visione diretta del Dio che possa risolvere questa crisi ed è per questo motivo che alcuni hanno parlato di elementi di ateismo di questo testo.
Forse la definizione più azzeccata di Qohelet è quella secondo la quale si tratta di “un libro dal quale non si può uscire indenni ma adulti o pronti a diventarlo”.
La crisi della sapienza viene manifestata ed espressa attraverso la descrizione di sette patologie dello spirito che possono essere ancora oggi viste come presenti nella attuale società occidentale, edonistica e consumistica, anzi, oggi molto di più dei tempi in cui il libro fu scritto o tramandato.
La prima patologia è riconducibile alla crisi della parola: Il versetto 1,8 “tutte le cose sono in movimento e non si finirebbe mai di elencarle..” è stato anche tradotto come “Tutte le parole sono abusate e l’uomo non può più usarle”.
Sembra di leggere un brano di uno scrittore post-moderno invece di un filosofo di tanti secoli fa.
La parola ebraica debarim presente nel testo originale può essere tradotta con “parole”, o con “fatti”: le cose sono in movimento, si fanno e si disfanno, tutto nella vita diventa abusato ed obsoleto: parole e situazioni.
E continua Qohelet: “Eppure gli occhi non si stancano di vedere, né gli orecchi di ascoltare”.
Il pessimismo si stempera nella considerazione che nonostante tutto la natura dell’uomo è curiosa e non può smettere di utilizzare i sensi della vista e dell’udito.
La seconda patologia è quella del “faticare” (amai, in ebraico), della durezza del lavoro quotidiano, che non dà la giusta soddisfazione. Qui siamo addirittura in contrasto con la parola biblica tradizionale che, da Adamo in poi, esalta il lavoro e la fatica, come destino che l’uomo ha ricevuto da Dio dopo la cacciata dall’Eden.
Non a caso il libro inizia al versetto 1,2 con “Che resta all’uomo di tutto il suo affanno in cui si affanna sotto il sole?”
Qohelet, poco più avanti, esprime altre frasi di estrema durezza e di manifestazione del distacco dagli sforzi per il lavoro: “Mi vien voglia di distruggere tutto quello che ho fatto… ho imparato a non farmi illusioni su quello che sono riuscito a guadagnare con la fatica nella mia vita..”
L’amara considerazione della inutilità degli sforzi fatti viene rafforzata dal fatto che tutto ciò verrà lasciata in eredità a persone indegne o non in grado di apprezzare questi lasciti.
“L’uomo se ne va come è venuto. Ma allora perché lavorare tanto per niente?
La patologia del lavoro è tutta racchiusa in queste ultime parole.
La terza patologia è quella dell’intelletto: pensare, ragionare, discutere, è inutile in una società che ha alla base altri valori, molto terreni e molto tangibili. Anche in questo caso sembra di vedere non la Palestina di Salomone ma la civiltà occidentale del XXI secolo.
Studiare, pensare, coltivare la filosofia, l’amore per la sapienza non solo appare inutile ma procura anche sofferenza a chi si rende conto della vacuità del suo travaglio intellettuale.
“Chi sa tante cose ha molti fastidi, chi ha una grande esperienza ha molte delusioni” (1,18)
La quarta patologia interessa l’intero creato e la sua storia.
Troviamo amare considerazioni nei versetti che aprono il libro.
Tutto si ripete attraverso il percorrere un cerchio, dallo scorrere dei giorni e delle stagioni al corso delle acque. La creazione non è in continua evoluzione ma ci appare, utilizzando una metafora moderna, come un film che viene proiettato all’infinito.
E come si ripete la natura nei suoi cicli, anche le ere dell’uomo si ripetono attraverso i medesimi eventi, insignificanti ed inutili da ricordare.
“Nessuno si ricorda delle cose passate… anche quello che succede oggi sarà presto dimenticato da quelli che verranno” (1,11).
Il ciclo della storia è colpito da questa patologia: gli eventi ripetuti non interessano nessuno e sono presto dimenticati.
La quinta patologia interessa una società che appare violenta, ingiusta e poco incline a cercare il suo miglioramento attraverso studi e meditazioni: “Ho riflettuto anche su tutte le ingiustizie che si compiono in questo mondo. Gli oppressi piangono ed invocano aiuto ma nessuno li consola, nessuno li libera dalla violenza dei loro oppressori (4,1).”
La società in cui vive Qohelet e l’umanità ivi rappresentata sono intrise di violenza: l’uomo vive in una sorta di società dove impera la legge del più forte, uccidi o sarai ucciso.
Nell’ambito dei testi profetici questa situazione è già stata descritta ed affrontata, con vaste reazioni di denunzia della presenza del Male e di suggerimenti per ribaltare questa predominanza.
Qohelet si distacca dalla tradizione – ed ecco la sua differenza che ha tanto colpito gli esegeti – limitandosi a fare da distaccato spettatore che si rende conto di quello che lo circonda ma è consapevole di non poter fare nulla. Il suo è un pessimismo rassegnato che stride con i precetti tipici del testo biblico, quasi una constatazione che il male vince perché è destino che debba vincere e che a nulla possa servire l’opera del saggio, meglio non essere nati, non essere mai venuti al mondo per non vedere le brutture che caratterizzano questo mondo.
Qohelet conclude quindi invidiando non solo i defunti che non ci sono più ma soprattutto coloro che ancora non sono, perché essi non hanno avuto ancora occasione di confrontarsi con il male: “Invidio coloro che sono morti, essi stanno meglio di noi che siamo ancora in vita. Anzi, più fortunati ancora sono quelli che non sono mai nati, quelli che non hanno mai visto tutte le ingiustizie di questo mondo (4,2-3)”.
La sesta patologia è quella che affligge l’uomo nella sua stessa esistenza.
Un’esistenza dove ci è consentito di apprezzare la bellezza della luce del giorno ma dove al tempo stesso molte sono le brutture, rappresentate dalle tenebre, mentre inesorabilmente ci accingiamo a percorrere la strada che, attraverso la vecchiaia, per lunga che sia, ci porta alla morte.
Dopo pochi barlumi di luce, molti saranno i giorni oscuri, verranno i giorni in cui la vita ci provocherà nausea e non vedremo l’ora che giunga la fine: “allora il sole, la luna e le stelle per te non saranno più luminosi ed il cielo sarà sempre nuvoloso…. ogni desiderio scomparirà. Poi te ne andrai alla dimora eterna, mentre per le strade piangeranno e faranno lutto (4, 12).”
La settima patologia colpisce invece il rapporto dell’uomo con il suo Dio.
L’uomo sente Dio alieno e distante. Il creato non è comprensibile all’uomo comune. Perché una tale vastità, perché una tale immensità, rapportata alla fralezza dell’uomo? Come può l’uomo non solo comprendere ma anche appena avvicinarsi a questo sublime ma incomprensibile disegno?
Qohelet, che si limita a filosofeggiare per tutto il libro, giunge infine a manifestare il suo spirito religioso distaccato in poche ma significative parole: “Pensa bene a quello che fai quando vai nella casa di Dio. Ci devi andare per ascoltare il suo insegnamento piuttosto che fare come gli stolti: essi offrono sacrifici ma non s’accorgono nemmeno quando fanno il male (4,17)”.
Anche la semplice preghiera deve essere meditata: “Quando preghi pensa bene a quello che dici e non parlare a vanvera. Ricordati che Dio è in cielo e tu sei sulla terra. Pesa le tue parole… se parli troppo più facilmente dirai sciocchezze (5,1).”
La potenza delle parole di Qohelet sono tali da rendere questo libro giustamente anomalo nel corpus biblico. I suoi versetti, lo ripetiamo, stridono con i canoni della tradizione giudaica e cristiana e si avvicinano molto di più alle filosofie orientali se non a quelle gnostiche.
Lo studioso della Bibbia ha tuttavia il dovere di porsi degli interrogativi senza lasciarsi influenzare dalle apparenze: cosa voleva tramandarci Qohelet, un uomo in crisi di coscienza che non si stanca di ripetere che tutto è vanità, all’inizio ed alla fine del suo libro?
Qohelet vede tra l’uomo e Dio un rapporto ben diverso da quello tradizionale, il Dio degli eserciti, che è geloso e punisce chi lo tradisce e che premia chi gli è fedele: egli rappresenta una sorta di rappresentazione di un Dio diverso, un Dio più “umano”, che ci protegge, che ci è fratello.
La conclusione di Qohelet è meno amara di quello che si potrebbe pensare, dopo un manifesto del pessimismo più esasperato: dopo aver constatato come l’uomo tornerà alla polvere da cui fu tratto ed il suo spirito tornerà a Dio, conclude che una sola cosa, in mezzo alle vanità, è importante: “Credi in Dio ed osserva i suoi comandamenti. E questo solo vale per ogni uomo. Dio giudicherà tutto quel che facciamo di bene e di male, anche le azioni fatte in segreto (12,13)”
Un messaggio di speranza per un’umanità disperata e rassegnata che in mezzo alle tenebre vede finalmente un raggio di luce.
Mauro CERULLI